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«Occorre le Parole prima abbracciare con una cinghia / per poi spingerle nel ritmo dell’Amore assoluto / – e creare un poema infiammato / dai cuori. Lanciare all’inseguimento i trovatori» (Giovanni Paolo II, dalla poesia “Parola”).

Nel nostro quartiere vivono persone che amano scrivere poesie. Coloro che desiderano possono condividere in questa pagina il frutto della personale vena artistica letteraria.

Inoltre nel 2012 il cav. Giorgio Finezzo ha fondato il gruppo “Poesia Insieme - Angelo Dall'Oca Bianca” che coinvolge alcuni poeti che hanno il piacere di divulgare la poesia sia dialettale che in italiano.
Gli incontri si tengono ogni 2° martedì del mese (fuorché in luglio e in agosto) presso la Casetta NOI di Via Taormina n. 32, alle ore 20.00: sono aperti a tutti e l’ingresso è gratuito.

«Occorre le Parole prima abbracciare con una cinghia / per poi spingerle nel ritmo dell’Amore assoluto / – e creare un poema infiammato / dai cuori. Lanciare all’inseguimento i trovatori» (Giovanni Paolo II, dalla poesia “Parola”).

Nel nostro quartiere vivono persone che amano scrivere poesie. Coloro che desiderano possono condividere in questa pagina il frutto della personale vena artistica letteraria.

Inoltre nel 2012 il cav. Giorgio Finezzo ha fondato il gruppo “Poesia Insieme - Angelo Dall'Oca Bianca” che coinvolge alcuni poeti che hanno il piacere di divulgare la poesia sia dialettale che in italiano.
Gli incontri si tengono ogni 2° martedì del mese (fuorché in luglio e in agosto) presso la Casetta NOI di Via Taormina n. 32, alle ore 20.00: sono aperti a tutti e l’ingresso è gratuito.

De Luca Carlo

LE POESIE DI CARLO DE LUCA

Autobiografia
Carlo De Luca, musicista - poeta - docente - formatore e programmatore informatico è nato nel 1946 a Benevento.
Si è laureato in Tromba e Didattica della Musica al Conservatorio Statale di Avellino ove ha anche seguito dei corsi di Composizione.
Nel 2000 si trasferisce a Verona, ove insegna Musica in diverse scuole Secondarie di 1° grado sino a raggiungere la pensione nel settembre 2007.
Ha alle spalle una folta attività musicale oltre alla pubblicazione di un testo per Tastiera elettronica (1° vol) edito dalla Ricordi-Milano (http://www.carlodeluca.it/_tast.htm) e di un software sulla Teoria e Dettato musicale ad uso dei Conservatori e Scuole di musica edito dalla Ricordi-Milano (http://www.carlodeluca.it/_eserc.htm).
Ha all'attivo produzioni software sia a livello musicale e non (www.carlodeluca.it).
Dal territorio di provenienza (Campania) ha diretto diverse Bande musicali ove ha messo in evidenza la sua ottima esperienza di Direttore di Banda (...a tutt'oggi è alla ricerca di una banda musicale nel Veneto, sprovvista di direttore).
La poesia l'ha scoperta verso i quarant'anni a scuola con i ragazzi, nel massimo periodo del suo lavoro d'insegnante.

Prof. Carlo De Luca: musicista - docente - formatore e programmatore informatico.
Per contattare via e-mail, [clicca qui].
Puoi visitare il sito web: www.carlodeluca.it


Poesie

Amore

L’amore è una
quintiade alfabetica
che,
nell’Essere,
vivifica un comune profumo.
Come la Primavera
veste l’albero,
così l’amore veste il cuore
e,
l’attimo fuggente
del suo respiro
copre due mondi
di variopinte sensazioni.


Donna

La beltà
che accende l’amore,
il travaglio
che nobilita l’Essere,
la leggiadria
che manifesta i suoi genuini contorni:
tutto ciò
è
DONNA.


Impetrazione
(“Lontan sia da me l'amata morte”)

In un remoto tempo,
quando il soffio tuo m accarezzò,
marcato fu in me il fato
che,
d’allor,
il passo suo seguo
osservando il verbo Tuo.
Al mattin,
quando mi apro alla luce
e contemplo il sol,
devoto son a te
perché ancor mi guardo in vita.
Prima che,
per voler Tuo,
al declin volga,
del far mio
traccia vorrei lasciar,
e la crudel Innatura
ostar non deve,
anzi non può,
perché l’alma mia
invocar saprà il nome Tuo
per tutelar il prezioso Essere
con tutte le sue probità.
E allor Ti chiedo,
lontan sia da me l’amata Morte
perché viver voglio ancor
tutto quello che la Natura mi assegnò.


Primavera

La Primavera
risveglia la natura,
raffina il canto
degli uccelli,
riveste di fiori gli alberi,
tonifica l’uomo
e veste d’amore il cuore.


Goccia

O goccia
che nel tuo scivolar
solchi il mio viso
e percepir tristezza
o gioia mi fai,
a te, darò il nome ‘lacrima’.

O goccia
che in perpendicolar caduta
solchi prati e monti
e rifletter fai
la luna e le stelle,
a te, darò il nome ‘pioggia’.

O goccia
che cadendo da un lucido tubo,
ostinatamente
rintocchi sul bianco lavabo,
quasi a richiamar
l’umana attenzione,
a te, darò il nome ‘spreco’.

O goccia
che cadendo dall’inclinata fronte,
nobiliti l’uomo
e del domani lo rendi consapevole,
a te, darò il nome ‘sudore’.

O goccia
che cadendo sull’aperta fronte
di un bimbo appena nato,
purifichi il suo cuore,
a te, darò il nome ‘vita’.


La strada dei Giusti
(La Passione del Cristo)

La sofferenza
bagnava la irta via
mentre la volta
rendea tenebro il giorno.
Striscioso
il passo incalzava
e sopra un lieve, sommesso pianto,
con veemente voce
ghignava il coro.
Con sopportato peso,
s’apria il largo
verso l’alta cima
che quasi baciava
le grigie nubi.
Prima che il sol
chiudea la luce,
il divin segno
già tendea al solco;
e, mentre Ei
abbassava lo scarno viso,
l’Eterno gli apriva il Paradiso.
L’umana vita
oggi rimembrar deve,
che il sentier allor pressato
roseo non era,
eppur il Giusto
come uno stoico l’attraversò,
lasciando inteso che,
dopo lo spinoso arbusto,
raggiunto è il profumo del suo fiore.


Festa

Festa è il contrario
di giorno feriale.
Festa significa
libertà dalla schiavitù,
da un lavoro forzato, non amato, penoso.
Festa significa
essere innalzati
dalla noia e dalla nullità
verso valori più alti.
Festa significa
gioia dopo le lacrime e la tristezza;
significa canto dopo il silenzio
e il lamento;
significa stare insieme
dopo la solitudine.


Tu...

Tu
che aneli e odori
il mio respiro.
Tu che nel travaglio
mostri il sorriso.
Tu
che con tanta speme
volgi lo sguardo
oltre l’orizzonte.
Tu
che nella prole
solchi il pregio.
Tu
che sei un fiore,
nell’immensa natura.
Tu
che definisci
il completamento dell’Uomo.
Tu...
sei l’essenza del bello
che prolifera in me
il Paradiso dell’Essere.


La notte

Fuggo il giorno
perché le sue ombre
colorano di grigio
la celestiale natura.
Il buio
illumina e purifica
la mia immagine:
la notte,
è più chiara del giorno.


Realtà

E mi risveglio nel vuoto,
nudo di dolore,
come un sasso insignificante,
obliando il viso della vergogna,
mentre la Natura,
nel guardarmi
in perpendicolar opposto,
mi deride.


Vorrei... per un attimo!

Vorrei per un attimo
fermare il mondo!
Vorrei per un attimo
ascoltare il nulla!
Vorrei per un attimo
percepire il niente!
Vorrei... per un attimo vivere!


La natura dello snaturato

Già in genesi,
inquilino dell’Eden,
stupidamente errasti.
Ei sì, defenestrò il corpo tuo,
ma ti munì di anima
e ti dotò
di ratio e dignità,
tanto che in Terra
fosti ‘persona’.
D’allor,
il tuo sinistro passo
l’aspetto t’ha curvato,
e or, sei pregno d’angheria,
fedifrago e abietto:
lordi modelli,
sui quali ergi il tuo vessillo.
Perché ti tingi di mota
e osteggi l’Esser tuo?
Quanto ti paga il Male?
Spignora l’alma tua,
o mio altro!
E scalda l’algente corpo,
divenuto ormai una maschera
che copre pure inessenze.


Com’era candido il mondo allor!

Com’era candido il mondo allor
che aprendo gli occhi
al natural verde,
venni in luce.
Anche le stagioni
vestivano l’equilibrio del tempo
e all’animal
che gioiva il giorno,
la natura dipingea di bianco
l’esterno pelo.
L’animo gentil
dell’uomo onesto
emergea dal nucleo
e chi del servo
avesse avuto bisogno ei
fiducioso propendea all’altrui
lo spirito suo.
Or che adulto sono
e so tender lo sguardo
oltre l’orizzonte,
percepisco l’opposto senso delle cose
ove le stagioni
hanno perso l’equilibrio del tempo
e dell’animo gentil
dell’uomo onesto,
nemmeno l’ombra vedo più.
O Immenso,
Tu che dell’onnisciente il simbol sei,
se dell’uomo
ne presagivi già il volger,
perché allor
gli donasti il Tuo soffio?


Perché?

“Perché, o fato, non t’accorgi di me?
Perché di me, la linea non osi sconfinar?
Perché l’ombra mia penetrar non vuoi?
Perché nel nuovo progredir prima mi fai
e poi oblii di splendermi in luce?
...Perché...”

“Caro mio stesso,
il tuo domandar è anche il mio,
perché io già son dentro te.
Sei forse figlio d’Alto ?... E allora!
Della moneta, possessor tu sei ?... E allora!
Del Potere, titolar tu sei ?... E allora?
Una cosa però vo’ dirti,
non t’affliger per cosa poco.
Se del nuovo progredir tu ti vesti,
in luce sempre splenderai
e,
all’avvilirti ch’altri gli occhi chiudon,
pensa che il Natural gode di te.
Infine,
se il dentro tuo gioir ti fa,
bene sto anch’io in te”.


Ricordi

Gli occhi incanto all’improvviso
nel guardar il tuo bel viso,
un sorriso sul mio labbro affiora
quando il sol ti color d’aurora.

Ricordo sempre il tuo venir
quando la sera, all’imbrunir,
dolcemente sussurravo
ciò che di te di più bel amavo.

Le emozioni più preziose
avean il profumo delle rose
e, dalle lagrime sulle tue gote,
io capivo la tua grande dote.

No… no…, parlar non più tu devi
ormai nient’altro tu potevi;
ti ricordo come sei,
un dolce fior dei più bei giorni miei.


Le apocrife cornici della vita

Se spezzassimo
la perimetrale linea
che contorna il nostro vivere,
mostreremmo certamente
le nostre vere,
pure
e impure essenze.
Perché al nascer
vestiamo l’original spontaneo
e poi adulti
c’imbrattiamo
di falso agire?
Perché deviare
quel che siamo?
Paura abbiam forse
di mostrar il dentro nostro?
Calchiam le false forme
per ingannar l’altrui,
pur d’apparir
con benigno viso.

Finchè l’esterno nostro
prevaricherà sul nostro Io,
vivremo come inanimati e gelidi robot,
perché
avvolti e travolti
dalle apocrife cornici della vita.


Risposta a “Se questo è un uomo”

Caro Levi,
leggendo lo scritto
della tua tremante penna,
ho pensato, ho capito... ho pianto!
Allor,
tu calcasti l'orrendo suol
che scalfì,
logorò e distrusse
la dignità che in te vivea.
Oh! Come grigio
sarà stato il dì
e ancor più buia la notte!
Immagino lo strazio
del cuor tuo
nel veder spezzarsi
la vita altrui
che di lì a poco
avea diviso con te il verbo,
il sorriso e, forse,
la timida speranza...
Sappi che la sofferenza tua
che dal verso traspare
è servita (forse!)
ad illuminar oggi
il cuor del tuo altro
per far sì che mai più
ciò accada.
E a Lui,
che dell'Onnisciente
il simbol è, io grido:
'Se dell'uomo,
ne presagivi già il volger,
perchè allor gli donasti il Tuo soffio!'


Giovanni Paolo II: un uomo vestito di bianco

T’ho visto,
vestito di bianco
mentre porgevi il sorriso
e carezzavi le piangenti gote
dei figli tuoi diletti,
pur s’erano bianchi, neri,
gialli, rossi,…
Seguivo le gesta tue
e, seppur lontano,
mi mergea in spirito
nella miriade umana
che il verbo tuo acclamava..
Da nord a sud
da est a ovest,
al tuo passar
vestivi di candor
l’anima dell’uomo
e con i giovani
intonavi gl’inni
dei loro valori.
Ai detentor di potere poi,
tendevi a cerchio le mani
e, nell’abbraccio, imprimevi loro
le basi della tua identità
dalle quali filtravano libertà,
universalismo, diritti umani,
solidarietà, giustizia, amore.
Oggi sei tornato a Lui,
Luce senza tramonto,
e salendo le scale del Cielo,
ti sei voltato, hai sorriso.
Segnando l’ultimo affettuoso sguardo
hai lasciato inteso
che la nostra vita
è solo un piccolo momento
della nostra ‘vera’ esistenza.


Io sogno

Sogno in grande,
sogno non il mondo delle razze,
dei popoli, delle nazioni…
ma il mondo dell’uomo.
Sogno la caduta dei confini,
delle divisioni, degli odi
delle differenze,
sogno un’unica grande famiglia,
la famiglia umana.
Il futuro dell’umanità
è nell’integrazione,
è nella convivenza,
anzi,
nella convivialità.
Utopia? Forse!
Ma il sogno rimane
e con il sogno la speranza.
È bello sognare!
Non solo non fa male,
ma infonde energie nuove
e coltiva la speranza.


Tommy, un piccolo angelo salito al cielo

Strappato in tenera culla,
tu,
briciola di pargolo,
piccolo petalo di un dolce fiore,
spinto con angheria,
t’incamminasti nel buio dell’immane
ove la ratio dell’uomo era all’incontrario.

Quasi ad intuir
il crudel fato,
il gemito tuo s’acuì
e pria che l’onda sonora
giungesse in stanza,
con ferocia mano
fosti colpito in mortal misura.

Giacesti in algida terra
nudo del tuo altro.
Del vento il soffio t’accarezzava
e lo scrosciar dell’acqua,
d’una madre intendea il pianto.

Or che sei lassù
non biasimar
quest’oscuro granello d’universo!
Entro lui
qualcun veste di bianco.

O tu
che di man crudele
sanguini ancora,
calcar l’gnobil vita
a te non nuoce,
perché nel viscido verme
l’immagine tua si specchia.

O Immenso!
Tu che dell’onnisciente il simbol sei,
se dell’uomo
ne presagivi già il volger,
perché allor
gli donasti il Tuo soffio?


Pianto di un bambino innocente

Di chi è
quel flebil lamento
che s’ode
dal retro cancello?

È la voce
di un bimbo malato
che grida il suo pianto all’adulto
che giorno dopo giorno,
buia il mondo.


Un fiore alla mia vita
(La coscienza dell'Essere)

Vorrei regalare
un fiore alla mia vita,
a lei,
compagna mia fedele
che da genesi
affianca il mio cammino.
Oh! Quante volte,
dall’infanzia mia,
in talune mancanze,
sentia una sua carezza
e il rincuor
nella voce sua;
e quante volte,
nei dì non rosei,
dividea con me
la fatica e il dolor
degli anni miei più mesti.
Or
che più ancor la guardo,
mi volge il suo sorriso
compiaciuta del mio far.
Ma,
al penoso distacco,
per il chiuder
dei miei occhi,
ella parlerà di me
prendendo il posto mio,
e se Ei
segnerà un sì col capo,
allora sarà il più bel fiore
che dall’Alto le regalerò.


Ai miei alunni (…che se ne vanno)
Un dolce percorso della vita

Vi conobbi fanciulli,
quando,
con viso incerto,
entraste in vostra stanza
e vi sedeste
in composta forma.
Lui con i folti riccioli,
l’altra con sciolti capelli,
tu con occhio attento,
tu invece…!
Quante foto
passan per mia mente!
Quanti ricordi!
Insieme,
abbiamo osservato,
analizzato,
ricercato.
Insieme siamo cresciuti
e, anche se a volte,
con alterco dir,
ci siam confrontati,
deh! non me ne vogliate!
Perché il tremendo fato
allontana l’un dall’altro
nel momento in cui
raggiunta è l’intesa?
E così, ogni anno,
in ciclica ricorrenza,
si svolta al crocevia
e mentre
la mano alta di un amico saluta,
una furtiva lacrima
scivola sul mio viso.


A mia moglie
Il mio più bel fiore

Scelsi e colsi
il più bel fiore
in un grande prato;
avea il cuore color sole
e profumava di grazia e di dolcezza.
I suoi petali, sfiorando il mio viso,
vestirono il mio corpo
di dolci sensazioni.
Ancor oggi più lo guardo
e più mi sembra bello
e anche se i suoi petali
son provati dal tempo,
il suo nettare
emana un costante
profumo d’amore.
Quel fiore sei tu, amore mio.


Ricordi di scuola
Storia di un ragazzo al suo primo “esame”

Le notti son state dure e penose,
per collegar materie a me noiose.
Or staziono nell’aula, pensoso,
ma a dir il vero son molto ansioso.

Sento forte intonar il mio nome:
mi alzo e avanzo con fitte nell’addome.
Son davanti ai miei ‘dolci’ Commissari;
parlano, chiedono : sembran tutti luminari.
“Uno alla volta !” - esclamo - “Per carità !” “Abbiate un attimo di bontà !”
Finalmente inizio: “...Siede con le vicine...a filar la vecchierella...”
Ma ecco venir fuori una certa tremarella.
“Coraggio !” - sussurra dolcemente il ‘notaio’
- “Saper poco Leopardi, non è poi un guaio !”.
Accenno argomenti che preferisco,
ne parlo un po’ e mi ristabilisco.
Tentenno un po’ in geometria,
ma mi rifaccio con la geografia.

Neghittoso scorre il tempo coi suoi minuti,
ma ormai ho quasi esaurito i contenuti.
Mi congedano storcendo leggermente il muso;
raccolgo e porto meco il materiale d’uso.
Sommessamente esco e prego Iddio,
sperando che proprio a me non tocchi il fio.


Risorgete!
(ad una 3^ A - 1995/96)

Con timido sorriso
e lo sguardo incerto
entraste in aula,
inconsapevoli del contorto sentier
che sino al finir vostro vi attendea.
La naturalezza del dir,
la dolcezza che accarezzava il viso,
la bontà che nel cor ardeva,
eran virtù che,
solcate nel comun bambino,
vi distinguean dall’adulto uomo.
Pria che delle mele s’aprisse il tempo,
il sinistro segno
già scalfiva leggero
il natural pensar vostro
e, giorno dopo giorno,
vi conducea a modular
il verbo in nero
e pugnalar il retro
dell’altrui viso.
Nel tempo io volea dipinger
di bianco il nero,
ma la malvagia figura,
nell’occulto, ostacolava la mano mia;
così vi licenziaste
con l’abito incolore.
Or che singol siete,
e la malvagia figura
seguirvi non può,
rimembrate ciò che di buono
allor vi si dicea,
evocando quelle probità
che, un tempo non lontano,
solcate in voi bambini,
vi distinguean dall’adulto uomo.


Pianto d'una fanciulla
(…al suo primo esame)

Nel camminar il verbo,
una lacrima
scivolò sulla mia gota
e l’emozione, che copriva il mio corpo,
colorò di tramonto
tutto il mio viso.
Non piangerò più questo giorno
perché ha aperto in me
un’altra porta della vita.
Molte volte,
il pianto
è la scorciatoia
per ritrovare il sorriso.


Un giorno andai in Consiglio...

Ciao o mia schola,
piango e taccio la parola.
Oggi è Consiglio e mi chiedo : “Perché
stanchi sono i visi intorno a me?”

Sarà forse quest’ora mesta,
lo dico a ‘lui’ ma scuote ben la testa!
S’odon già gli acuti femminili,
ma i decibel maschili son più virili.

Ed ecco iniziar il verbo a fiumi
nel mezzo del qual, qualcuno chiede lumi.
Molte carte svolgon il loro ruolo
senza saper che finiranno in un crogiolo.

L’ore passano, qualcuno già indugia,
problemi forse avrà ove son le sue minugia?
Altri, invece, al suon delle Circolari,
chiudon le palpebre ai lor due oculari.

Cade il sol, scesa è la sera,
ormai nessun di noi più si dispera.
Vien voce che Consiglio doman non ci sarà;
tutti si destano : “Che felicità !”


(Nell’immaginario degli alunni che se ne vanno)
L’esame

Con la pupilla incerta
guardavo in orizzontale
la linea dei luminari.
Le gambe
sorreggevano il mio
tremante corpo
e dal cuor saliva l’ansia.
Cosa mi chiederanno?
Cosa risponderò?
Chi è che mi chiama?
Mi risveglio dai miei pensieri
e sento qualcuno
che mi sussurra: “Buone vacanze!”
L’incubo era finito!


La tesina? No, grazie

Esternerò lacrime di gioia
per aver saputo orientare
il mio sapere
senza essere ricorso alla ‘tesina’.
Nel colloquio ho imparato
che, affidarsi alle proprie esperienze,
aiuta di più a ‘leggere’ se stessi.


Otto versi per dirti 'grazie'

Fa poco non sarem più alunni ‘medi’
perché della società siam diventati eredi.
‘Addio’ dolce Storia, Geometria…,
ce ne andiamo con un po’ di nostalgia.
Ma ogni volta che, passando, ti vedremo,
tutti in cor con voce alta grideremo:
“Eri bella, cara Scuola, dolce amica,
scusa se ti trattavamo da nemica.

Fava Rosanna

LE POESIE DI ROSANNA FAVA

Autobiografia
Nasce a Verona nel 1946, non ha fatto grandi scuole, però lei ha sempre avuto la passione di leggere e scrivere.
L’ispirazione è nata con Rosanna e la accompagna come un’ombra rasserenante. È questo il grande messaggio di sana comunicazione dei suoi versi.
Lei fa parte del Coro parrocchiale volendo coltivare la sua voce perché ama il bel canto.
I suoi versi vibrano di delicatezza, penetrando nel quotidiano ed esprimendo un anelito continuo di un mondo migliore.

Per utilizzare le poesie, contattare la signora Rosanna scrivendo a:
Rosanna Fava, via Pitagora 42 - 37138 Verona


Poesie

Dorme il lago

Ciaciara el sol drio dal monte
che se nasconde pien de vergogna
ti inamorado de quel lago
tanto amà.

Quando la sera scomensia
a imbrunir, e tutto tase
nell’ora più bella guardo
lassù e se infissa nà stela.

Dorme il lago dentro
la cuna, come un putin
al ciaro de luna!


El coro de' Borgonovo

Che armonia de' voci, che se
unisse in una voce sola, e se
sprigiona su le note de' l'organo
che sona.

L'emosion la me strense la
gola, par far vegner fora el fià
che gò drento de' mi, cantar sì
cantar, come l'usignolo, ciapar
el volo in alto su nel ciel.

Lodar Maria e po' el Signor,
con le bele canson, che ne
vien dal cor.

El coro de' Borgonovo, realtà
de' chi sa ascoltar!


Fiori de campo

Nà brassà de fiori
Te go portà ben moi

Fiori de campo
che non i dise niente
ma se te li strense
forte al cor
i parla par mi

Li go strapè via
da la tera e dal sol dìstà
con le man intorpedie
dal dolor par ti!


La cosa più bella

E’ l’amore della mamma
Dolce cantilena, ninna nanna,
mi dicevi piccolo fiore, sempre
così sul tuo cuore.

Passano gli anni e ti vedo
stanca ma sul tuo viso
c’è sempre un sorriso.

Mamma cara non temere
sono io il tuo tesoro nascosto
e puro, fiamma che non
si spegne mai, come vorrei
esserti accanto ogni momento
far parte di te, non sai
quanto!


La mia culla

Dondola, dondola la mia culla
adornata di pizzi e trine, ricamata
con fili intrecciati d’oro, e ora la do a te,
mio piccolo tesoro.

Lei che mi ha cullato, e ascoltando muta
i miei sogni più belli, di un’infanzia
mai dimenticata, e ritrovata in te.

Quando volge la sera, e io ti stò
a vegliare, il tuo respiro, calmo e
regolare, i tuoi occhini, chiusi, nel
sonno del giusto, così fragile e forte,
che ti vorrei, abbracciare e stringerti,
al mio cuore!


La mia pueta di pezza

Rovistando un bel dì, giù in cantina,
fra le cose che non servivano più,
tra un vecchio cassettone, e un armadio
rococò, ho ritrovato dopo tanti anni,
chiusa dentro uno scatolone di cartone,
tutta impolverata, la mia pueta di pezza.

Con mani tremanti, l’ho stretta al mio
cuore, e lei mi sorrideva come allora,
per un momento, ho sognato, di ritornare
bambina, e mi sono lasciata trasportare
con ardore, scacciando così le mie paure.

Quanti sogni meravigliosi mi hai donato,
tu compagna, di giochi e allegria!


L'arcobaleno

Cammino frettolosa mentre
la pioggia mi bagna, piccoli
cristalli, di gocce che scendono
inerti sul mio viso.

Lacrime che si confondono
all’acqua formando pozzanghere
dove posso specchiarmi dentro.

Dopo il temporale esce
l’arcobaleno, il cielo è
azzurro e seren, l’iride
attraversa i miei pensieri
dove io vorrei tuffarmi
e volare in alto lassù!


Notte

La notte scialba di timore
Intrisa, nell’ora tarda
Tacita le brame, dal monte
Sale su per i canali lesta
La tenebra, che dal sol si
Crea.

Notte, che notte mai non
sia, nei nostri cuori ardenti
di passione.

Che mai la tenebra insinui
il terrore nell’anima debole
oppressa dal dolore.

La notte passa e arriva ancora
il sole, a illuminare le nostre
membra stanche portando la
speranza dentro al cuore e
presto o tardi, anche un po’
d’amore.


Sogno

Che in un futuro non
lontano scompaia il fremito
di violenza sulla terra,
per gli orrori continui della
guerra.

Le lacrime che rigano
il volto dell’uomo ci
strappa il grido, perché, perché.

Il mondo così ferito
che ha respinto l’abbraccio
di Dio, restando nel fermo
della voluta distanza.

Sarà lui, che nella sua
infinita bontà e misericordia
ci accoglierà nelle sue braccia!


Stelle cadenti

Sprazzi di luce
innondano la terra
ormai spoglia
del suo manto.

Le tenebre oscurano
ancora il suo volto.

Voci e suoni lontani
persi nel tempo
con la paura
del domani
il silenzio ci opprime
e già fa parte
di questa nostra realtà.

Stelle cadenti su di noi
come fiammelle
che scaldano il cuore
bisognoso d’amore.


Zucchero filato

Dal sapore inconfondibile
di fragole mature
così da mordere piano
piano, mentre ti stringo
nella mia mano.

Una nuvola rosa che si
posa sulle labbra
zucchero filato, dal
profumo intenso che si
spande intorno e io
sogno.

Ma poi apro gli occhi
e non ci sei più,
solo nella mia bocca
rimane il dolce ricordo
di te!


Cor de' Verona

La se sente ne' l'aria l'odor
de festa e mi che nò me sento
foresta mesa incocolia e incantà
vardo i bei giardini de' la Brà,
foto l'Arena che fa fa da parona,
de boto anca st'ano l'è tornada
tuta bianca e ben piturada
la ciara stela cor de' Verona.
La par che la slonga el so
brasso pian pian sensa far tanto
ciasso, par star più da rente a l'Arena
spetando che vegna lusia piena.
Pò quando se fà sera, e se impissa la
luminaria, se sente nà bava d'aria,
la par quasi nà preghiera e anca el
firmamento se pitura d'argento, tuto l'è ciaro,
tuto l'è seren, mi a stà Verona ghe voi un gran ben!


Al donatore

Grazie a te, che con
il tuo sangue
doni la vita e la speranza
a chi ne ha bisogno.
Quel fluido, benefico
che scorre nelle vene,
è come una sorgente
inesauribile.
La nostra vita,
così preziosa,
come ogni cosa del creato
che Dio ci ha dato
non buttiamola via,
per amore o ipocrisia,
ma viviamo per la vita,
e che ogni cosa
sia più bella e sincera
e se la notte ci oscura
non abbiamo paura
perché domani il sole
sorgerà ancora.


Cuore Alpino
(agli Alpini)

Anche se non porti più
la divisa ma nel tuo
cuore c'è sempre un
gran sentimento per il
tuo reggimento che scordar
tu non potrai.
Cuore Alpino che batte,
come quei scarponi pesanti,
lungo le strade ferrate
quando il vento e la
neve ti coprva con il
suo mantello per te
che hai dato tutto.
all'onore, figlio della Patria.
Ora sei stanco, e racconti
la tua storia mentre una
lacrima scende dal tuo
viso pian piano.


Angeli eroi
(ai Fratelli Turazza)

Figli della Patria che vi siete
immolati sull'altare dell'onore
dando prova d altruismo e abnegazione
e senza una ragione vi hanno spezzato
le ali e non volerete più.
Dal vento gelido d'Inverno,
che spazza via le foglie morte,
l'anima risorge a nuova vita.
Ma verrà la Primavera
fortiera di speranza e qui, in questo
bel giardino, i vostri nomi olezzeranno
come fiori bagnati dalla rugiada
del mattino, che come lacrime il
sole asciugherà, e il vostro sacrificio
non sarà stato invano, perché lo renderà
ancora più bello e luminoso,
nella pace dell'Eternità!

Finezzo Giorgio

LE POESIE DI GIORGIO FINEZZO

Autobiografia
Nato a Verona il 04/10/1944 in Via Sant'Alessio n. 44 - Rione Santo Stefano. Professione ex commerciante fiorista.
Iscritto all'Asco Unione CTS dal 1978. All'interno dell'Associazione ha ricoperto le seguenti cariche: Presidente C.D.Z. III Circoscrizione (Borgo Milano - Chievo - San Massimo).
Negli anni è stato Consigliere e successivamente Vice-presidente del sindacato provinciale Fioristi. Ha ricoperto la carica di Presidente del sindacato per tre mandati quadriennali.
Altre cariche: Consigliere e successivamente Presidente del circolo A.C.L.I. Borgo Nuovo.
Socio Honoris Causa della Confraternita Gastronomica delle antiche tradizioni veronesi.
Premio letterario targa d'oro di poesia Città di Verona - anno 1987.
Il 2 giugno 2015 è stato insignito dell'onoreficenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana.


Poesie

Angelo Dall’Oca Bianca

Da ‘n idea de ‘n gran pitor
è nato ‘n vilagio che l’era ‘n amor.
L’è stà Dall’Oca la fato far tante casete
par metar al querto tanta gente,
che sensa casa l’era restà e la girava
de qua e de là;
La guera infame la vea lassà tanta miseria
e povertà.
E sto pitor dal grande cor, el sa dato
subito da far.
El gà verto i brassi a tuti quanti;
la ciapà ‘n brasso i butelèti,
el gà verto el cor a tante mame!
Che no gavea più lagrime par piansar,
la solevà tanti bupà che ‘n zenocio
ii là ringrasià.
L’era Angelo de nome ma mi digo anca de fato
‘parchè quel che lù là dato,
l’è stà tanto, tanto, tanto
lù el riposa lì ai giardni ‘ndo i gà fato
el monumento, e quando passo lì vissìin
ghe fo sempre ‘n pensierin.


Son bupà

Se g’à sbacià la porta pian pianin
me s’à alsà la pele de du diei,
un sgrisolòn me core drio a la schena,
sento sigàr la vosse de ‘n butìn.

Mi taso imbambolà co i brassi verti,
me salta fora ‘l cor da l’emossiòn.
– Vien dentro – sento dir da me mojer
fra i so brassi la g’à nostro fiol.

Un gropo me se ferma ‘n te la gola
e se bagna de lagrime el ninsòl,
i’è lagrime de tanta, tanta gioia
davanti a ‘sto miracolo d’amor.

Mi me guardo ne i oci la me sposa,
le mane le se strense ne le man,
ancò l’è tanta la felicità,
e mi ghe sigo a tuti – Son bupà!


Le Passaggio

Moarse da la mare…
Moarse da la mare!...

Zughèmo a stico spana?
Tira s-cianco che vegna
fasèmo a sassaiòla!...
Contro a le casete?

Zugàr, zugàr, zugàr…
Anca a piè descalsi
o con le scarpe sbuse
vestìi a la mancomal

Un mucio de famèie
che se voleva ben
e ci te stàa darente
l’era come ‘n fradèl

‘Na man tirava l’altra
se se fasea ‘n piasèr
ghera ci lavoràa
ci che andàa a manghèl.

‘Na casa bela granda
co ‘l so bel fogolàar
el cesso dentro in casa
che alora l’era ‘n lusso;

le se ciamàa passaggio
e no savea parché,
el me disea me pare,
doman… te ‘l vedarè.

El tempo galantomo
el ma sbiancà i cavèi,
ho conossù pitòchi,
barboni e la miseria…

Me cresse la peldòca,
ricordi bruti e bèi
mi ho zugàdo qua
e son uno de quei.

Ci s’hà catà de meio
ci inveçe è ancora qua,
‘ste case de passaggio
calcòssa le m’ha dà.


La prèssia

S’à èlo mai ‘sto nar tuto de prèssia,
no ghemo du menuti da sponsàr:
insoma, cori qua e cori là,
ne ‘sbrìssia la giornada fra le man.

Un via vai de machine che core,
moto, motorete, nissun che va pian,
la spussa che gàvemo par le strade,
se pol pesarla a chili, come ‘l pan.

Adesso che i vol far la galaria
e far sposar Poiano co Borgo Trento,
la prèssia che i gavea l’è sparìa
e gh’è ci g’ha za fato testamento.

Insoma, ci ghe là e no ghe là,
la pressia l’è ‘na bruta malatia,
la ciàpa ne le gambe e nel sarvèl,
l’è ‘n vissio schifoso che no va via.

Ci èlo ci che ‘n dì el ma contà
che l’era ciàpà sempre dai mestièri
e a forsa de tegnersela strucà,
gh’è tocà farse çinquanta cristeri.

Le mode i’è cambiè quel el se s’à
ancò volèn proarle proprio tute,
ma ‘ndemo chieti al cesso par ‘na òlta,
ghe va de meso la nostra salute.

No stemo più ciàpar tuto de prèssia,
i seita dirlo anca i dotori:
la calma l’è ‘na bona medissina,
la guarisse pitòchi e anca siòri.

Lassemo che dai oci de ‘n butìn
do lagrime almanco vegna fora,
vardemo se ‘l g’à el primo dentìn,
scoltemo se ‘l ne dise ‘na parola.

Se s’à, le par vacàde, ma le conta,
le ‘npissa ‘l sentimento e l’alegria
e ‘n pochtìn le fa desmentegàr
la prèssia, che la bruta malatia.


El zugàtolìn

Ci lavarea mai dito
e gnanca imaginà
de metarse in scarsèla
sto zugàtolo qua.

L’è ‘n moscolo che gira
da ‘na scarsèla a l’altra
a forsa de sonàr
a olte ‘l fa incassàr.

Se dentro la borseta
le done se le tien
a forsa de çercarlo
le perde anca ‘l çervèl.

Darèsto le butèle
le ghe l’à sempre ‘na man
se ‘l fusse qualcosaltro…
‘ndaresimo de mal!

Desso gh’è anca quel
che fa fotografie,
co la televisòn
se vede le partìe.

Si chè a zugo longo
a forsa de cambiàr
se comprarà anca quel
che fa anca da magnar.

Ma spesso e volentieri
el fa incassàr i butèi,
tegnerlo caricà
gh’è vol ‘n mucio de schèi.

Ma zà ben i mal
ci è che no
ghe l’à gh’è l’à anca ‘l manghelista
che va par carità;

In piassa Citadela
cucià ne ‘n cantonsìn
co ‘l so piatìn partera
ma col zugàtolìn.

Zugàtolo de qua
zugàtolin de l’à
semo dei butelèti
che zuga a volontà.


L’amigo

Se dise amigo anca massa ‘n pressia,
no te lo cati miga ‘n dù dù quatro,
de quèl che na massa mai fidarse,
ancò ‘l ghe na uno e doman ‘naltro.

Catàr un vero amigo l’è fadiga,
l’è come sercàr ‘n ùcia nel pajàr;
Ma se te ghe lè tegnelo da conto
e serca de no fartelo scapàr.

Tegnelo streto come la vecèta
strense la so corona fra le man,
quel l’è ‘na cara vera amiga
se nò lè sempre sola come ‘n can.

Quanti rosàri la mastega par i fiòi;
che la ghe vaga ben e i sìa ‘n salute,
ogni granèl la strùca par pregar
ormai i sà consumé frà le so mane giunte.

L’amigo l’è ne l’anima, te ‘l senti,
l’è come l’acqua che cava la sé,
l’è come ‘l sal ne la minestra,
un toco de pan, se no te ghe né.


El rosòn de la Cèsa

La Cèsa che l'è 'ndà pa 'l so destìn,
a l'è restà nel cor de tanta gente
come 'na Mama cuna el so butìn.

La fato el so dovèr la vecia Cèsa,
batèsi e ci s'hà quanti matrimoni
sensa verghe vù mai una pretesa.

Co i funerài, le messe de la sera,
la fato ben sonàr le so campane,
la gente zà de ela l'era fiera.

Co 'l so rosòn là 'n çima a la faciàda,
che come 'n òcio 'l curiosàva tuto
a ela e al campanìl el ghe contava.

El gà contà de càio e de semprogno,
ma ela no la ghe fasea caso
se ben che lù 'l ghe ne contava 'n progno...

Ma zà su quela nòa là in faciàda
i g'hà messo 'l rosòn de quela vecia,
cusìta, no la cambia la sonàda.

El g'hà 'na bela vista su la piassa,
de fronte gh'è Dall'Oca che la guarda,
che ride soto i bafi e che sganàssa.

Adesso che 'l Vilagio l'è 'n bel Borgo,
ma dele brute i ghe na dito assè
che l'òcio, el ghe farà sempre da sordo.

La visto butàr zò 'nca le casète,
e nassar ci s'hà quanti palassoni,
ma zà lù 'l ghe tièn a la so gente.

A quel Vilagio che lù 'l gà nel cor,
che no l'è nato in prèssia come 'n fongo
ma l'è sbocià pian, pian come 'n bel fior...


La verità più crùa

Voria gnanca scrivar quel che scrivo
ma me lo sento quà l'me sta sul gòsso,
de bòto me se alsa la peldòca
la man me trema la voia l'è poca.

La pèna li par li la ciàpa fià
strapégo su la pagina a rilento
e nel çervèl g'ò sempre la fameia
fata su in prèssia sensa sentimento.

El mondo ancò se s'à l'è in confusiòn
'na giostra scancanà che seita corar
ma ghe metemo in çima i buteléti!
e lori i siga i siga che no i vol,
i'è sighi che se perde e se disperde
e le rècie i'è sempre piassè sorde
più no se sogna, se perde anca i oci
a vedar che se sposa i fenoci:

«Ci sonti mi par dir che no se pol»
'sta olta g'à urlado al mondo 'l Papa
e nol sa più sa far, ma el se domanda:
«Se par Mosè: o Signor te verto el mar,
e ne la mana ghera tuto bon,
frena 'sta giostra mesa scancanà
SALVA DA 'STA GIOSTRA I BUTÈLETI,
chieta chei sighi, par carità!».


Il libro

Uno scritto sulla pietra
non si sa chi lo lasciò;
era forse un gran segreto
che nascondere provò?

Ritrovò poi quella pietra
un illustre gran profeta,
con acume ei cercò
di trovarne tal motivo.

Fu una strada assai tortuosa
un difficile cammino,
solo il tempo galantuomo
maturò un buon destino.

Su l'argilla e poi le stele
si scolpirono scritture,
su obelischi e pietra dura
un via vai di avventure.

Già dal tempo della sfinge
Tutankhamon l'agguerrito
nella sfinge dimorò:
il suo nome vi fu scritto.

Con sagacia gli Egizi
e acuta maestria
dalla spiga del papiro
han creato una magia.

Quante pagine un po' strane
e scritture belle e buone
messe insieme poco a poco:
fiumi e fiumi di parole.

Si intravide nella capra
una pelle assai indicata;
ne uscì la pergamena,
bella, fine, delicata.

Per ballar su pergamena
giunse allor la penna d'oca
con la china ghiri e gori:
LA BETULLA CARTA INVOCA

Forse il caso l'ha voluto,
e non giuoco di prestigio,
ma da una realtà
è partorito... il Libro.

Marchiotto Germana

LE POESIE DI GERMANA MARCHIOTTO LUGOBONI

Biografia
Nel 1984 è stata nominata socio onorario dell'Accademia d'Arte “G. B. Cavalcaselle” di Legnago, con la seguente motivazione che ben la rappresenta: «Poetessa di spiccata sensibilità, protesa nel dare un messaggio artistico-letterario con impegno, studio, ricerca. Pluripremiata con qualificati riconoscimenti della profonda spiritualità che pervade la sua poesia. Stimata ed apprezzata negli ambienti e circoli culturali della sua città e nel vasto mondo dell'arte poetica».


Poesie su Borgonuovo

La Sagra del Borgo Nuovo

Ci vol passar tri giorni
de sana alegria,
vegna al Borgo Novo ala sagra,
la piassè bela che ghe sia.
Come vole la tradission,
nel cor dela primavera
l'è dedicada ala Madona,
da quando è nato el vilajo
e fato su la cesa.
Un borgo popolare
che oramai el ga del moderno,
un miracolo sa compio
voludo dal Padreterno.
Dal spirito poareto
come el ga voludo el fondator,
con l'animo sincero e sceto
che nessun pol cambiar.
Na festa tanto amada
de amicissia e sentimento,
lo digo par el so vanto
l'è na festa tanto rara.
Intorno a na gran tola
ghe piati sani e genuini,
volontari indafaradi
giostre in pista con tanti butini.
Botesi de campane
l'è dà el via sull'altar a funzion e cori,
ne la piassa sora al palco
pronta l'orchestra con i sonadori.
Parte el tango e la manfrina,
ghe ciapa el boresso in pista
el toni e la Teresina.
La luna in cel la mete ardor
le copie zoene le va in amor.
Se ribalta el cèl
de stele de oro
imbastisso na rima.
O Borgo Novo mi te canto!
Col core sceto! Sceto!
O Borgo Novo!
Te si gran belo!
Che Angelo Dall'Oca el sia benedetto!


La Madonina de legno
(Anca n'anima de legno la pol dar la forza de dare amore)

Da on tronco de pigno dell'alto trentin
n'artista de ingegno con arte e maestria,
na dolce Madonina dai brassi verti
sul legno l'ha scolpia.
Voluda dala gente del borgo,
par darghe lustro a la cesa
semplice, decorosa, senza ori e vanità,
ma in cor ghe sussurra fede ardente viva
per la Mama del Signor.
Cante, orassion, rosari sgranadi
davanti ala Vergine Santa,
fiori profumadi de fresca rosada
ornava el bianco altar.
Segreti imbombegadi de pianto,
tuto rancurava la Madonina
soto l'azuro manto.
Amori sbociadi, consacradi col Sì!
Rebuti de nove generassion fioriva
in meso al verde dei campi in fiòr.
Col cor ratristà, par un moderno cambiamento,
l'altar e la Madona ga vu un spostamento.
Rimpiassada da figura materna
con in brasso Gesù Bambin,
la Madonina de legno, in do e do quatro
l'è sparì.
Incantonada drento on vecio armaron
tra polvare e arsare, nel muto pianto de dolòr,
a la dolce Madonina, ghe sa stacado el còr.
Ma n'anima sensibile de bon Samaritan,
curà le ferite, e lissià de caresse par el torto subio
el la fato tornar, su in alto
tra n'esplosion de luce
sul pendio del ciel.
E con le man verte
in meso a la so gente
in gloria el Buon Pastor,
la dona a piene man
grassie a tuti, e tanto tanto amòr.


El monumento ai caduti
(Piazza Angelo Dall'Oca Bianca)

Drento on fassòl de tera
tra l'erba spaisa den giardin,
e sta alzado on monumento,
un sogno grando, par un vecio alpin.
Na piera gresa, strinada dal sòl
par l'alta quota, e par i so ani;
la ricorda el sacrificio dei soldà
morti in bataglia, all'età de vintani.
Si! Apena vintani i gavea!
La stagiòn piassé bela!
La stagiò del'amòr,
cascadi par tera,
come bocoli de fiòr.
Sul penòn dela piassa
in peto a un sol sliso,
tra na procession de foie giale,
el ciacciaràr de la fontana;
sventola ardito el tricolòr.
Par tuti i morti per la guera,
par quei che non iè più tornà
par quei che nel còr,
porta la pena nera:
che rivive nel ricordo
del sangue inocente,
e stampado nela piera
el so spirito el risponde
con la parola d'ordine! Presente!


La Donzeleta del Vilaio

Come na violeta sconta
che spampana el so profumo
perso drio el sentier,
la donzeleta del Vilaio
incoronada, par un giorno,
regina del quartier.
Musa de espirassion
dal poeta imortalada
come on fior de primavera
che rebuta al primo sol.
L'è on canto de alegria
che nasse drento a un cor
sincero,
na penelada de poesia
al calicanto che non
ga coleto.
Co n'estro om poco strambo
la se missia nei colori
de coriandoli i la s'insercola
con el vento imboressa.
L'è on sfogo dela gente,
che sganassa con gnente,
nela burla dela festa
la zuga fole de sto mondo.


Monumento alla Famiglia

Dall’America a Verona
uno scultore di talento
ha donato con il cuore
al suo Borgo un monumento.

Esaltando la famiglia
questa cellula divina
ringraziamo il grande artista
per l’opera genuina.

Quell’amore benedetto
dinnanzi a Dio sull’altare
troppo spesso vien distrutto
calpestando ogni suo valore.

Esso sempre va protetto
i figli vanno amati
con coraggio e sacrificio
perché non vengano sviati.

Qui l’autore lascia il segno,
una speranza per la vita,
in America ritorna
ma al Borgo Nuovo resta sempre
l’impronta dell’Amore
e una scheggia nel suo cuore.


Grassie don Giorgio!

Come on soldà
obediente al comando
te ghe risposto Signor Sì!
Continua a far risonar
el so dolce invito.
Eccome qua Signor.
Tien bota a la to fede
e i to ideali de vita consacrada
con la grassia e i doni
de lo Spirito Santo.
Rema con fiducia!
Buta al largo la rete!
Diventa on brao pescador
de anime.
Sostegnelo Signor, ne lo so fadighe
del so apostolato.
E con n'amaro drento
e un dolce rimpianto
rendemo, un grassie al Signor!
par averne dato tanto!
Forsi de più de quel che
semo merità!
Grassie Signor! Te lo digo mi par tuti
con commossion e vanto;
daghe la salute e la pace
sempre sula via che te ghe segnado,
e fa quei grani de amor e speranza
che te ghe spampanado nei cor
un doman i sia boni frutti
par la nostra comunità.


Poesie su Verona e provincia

Piassa Erbe

Infrusinadi dal tempo
i muri veci dei palassi
i se colora nel tramonto
nel'incanto dela sera.

Pitori e Poeti
i l'ha decantà
dove l'arte e le passiòn
le se missia
n'dè na canta de colori;

l'el tinèl dei filò
dei siori, e i pitochi
de gran concistori
tra bacani e piassaroti.

L'el marcà dei afari
de tuto se discute
toto ai porteghi dei marcanti
ghe ci pol, incassar valute.

La tore dei L'Anberti
l'el faro sempre vivo,
botesa el rengo
rosarie de tutti i di.

Postà sora a un fior de piera
Madona Verona! La veia la piassa
mocoleti de giasso al'inverno
i pissaroti de acqua
lagreme de cera
che cola dal candelièr.

El tronegia el Mafei
con i so miti pagani
tiradi a malta fina,
i ombreloni verti dei bancheti
capei messi in vetrina;
na sfogia de elegansa
drento a tanto folclòr.

E quando ala sera tase i bagolessi
s'impissa pian pianin
i lumini dei lampioni.

Le stele de argento
a man con la luna
le stende sora la piassa
un vel de poesia.


Cantoni de Verona
(Panoramica di Verona)

El più bel canton de Verona
te ghe l'è ti piassa Bra
con l'Arena maestosa
vestìa de arte e antichità.
El re a caval
el partigian sul pedestal
al'ombria de pini sgrendenè
i te fa da guardiani
i du combatenti.
Museo, arte, tesori Castelvecio
te tien soto ciave,
sul to ponte dei quarei
ricamado de merleti
al romantico ciaro de luna
se basa con passion
amanti e moroseti.
Sul'Adese se speia cese
e campanili,
boti de campane in coro
le fa ciapar el vol
al cocal nel cel
che slusa tuto d'oro.
Su un montesel
Castel San Piero!
In basso el Ponte dela Piera
veteran de aluvion
e de tanta guera
fato su meso par sorte
ma sempre vive le tradission
e non le vien mai morte.
San Stefano!...
Tradission più viva gh'è
in meso a quela gente
senza in cambio
voler mai gnente
te si stampada nel me cor
come la me Verona
che l'è tuta amor.


Quadro de poesia

Messo quasi da parte
dal Liston de la Brà
e da la 'Rena sovrana
da secoli immortalà

tra porte spalancade
e bastioni de ombria
S. Zén el tièn bòta
a tradission e alegria!

Mascare antiche, come rosarie,
mestieri veci desmentegà,
gente pitoca, sensa na storia
che Barbarani un tempo à ispirà.

Da mile ani S. Zeno protetor,
el tièn nei brassi la nostra çità!
Pescando le trote col pastoral
l'aqua de l'Adese un dì l'à calmà.

Parfin el diàolo l'à tolto de sòia;
co un segno de croçe el l'à fato scapàr
e la pidèla molada par tera,
par rabia e spaènto el g'à fato crepàr!

In fondo la piassa la cesa soméia
a un masso de fiori postà su na tòla
de lustri lastroni che par na toàia
tra i bianchi colombi che intorno ghe vola!

e de Da Vico la piera la sluse,
ricordo de gnochi spartidi col pan!
La pastissada spampana un profumo
che con el vento se sperde lontan

tra i bòti lenti del gran campanil
che coi so ani, sibèn l'è vecioto
cusì elegante e virìl tra i merleti
el par ancora un gran bel giovanoto!

sora la luna rufiana e zà "piena"
la zuga a còto con nuvole e stele.
In meso ai vicoli... sciochi de basi
par, de san Zén, le più sguìnsie butele!

Fin quando i noni no i mola zò el goto
e no la sèra el porton l'ostaria. ...

S. Bernardin sona pian la campana...
l'è tuto un quadro del dolçe poesia!


Madonina de Piassa Erbe

Incastonada drento a muri veci
che vanta secoli de antica storia
sul fondo dela Piassa Erbe
ghe un cantonsìn sconto
pièn de gloria.

Na Madonina col Gesù in brasso
e nei oci piturà
l'azuro linpido del cèl
un quadreto de fede viva
penelado coi colori del sòl.

La fiama dei lumini
la se sbava nel vento
el diadema dei coresini
i la vestisse de argento.

El turista passando
el se inchina riverente
pedalando el ciclista
un pensièr gira ne la so mente.

La màn de un butin
la ghe dona un fiòr
se spanpana el profumo
da quel bianco candòr.

Na mama crussià
ghe verse èl so còr
na suplica la invoca
parchè el torna quèl fiòl.

In meso a quel tranbusto
de afari e de tranvai;
me fermo davanti
a quela visiòn benedeta.

A man inspingolòn; e uda nel còr.


La tera dela vale

La! La se destende!
Nuda e stravacada
e la se da, via tuta
al sol, al vento
indifarente e rassegnada
par un destin amaro
de silensio e solitudine.

Ci ghe passa vissin;
ghe da l'impression
de essar capità drento
a un deserto sensa confini;
da dover scapar spaventadi.

Ma solo el cèl el sa!
El cèl; che da sempre
el ghe fa da sentinela,
el sa che soto a quela grosta gresa
palpita na dolce speranza.
E a primavera la spera
nela caressa bona del vento.
La se lustra con cipria e beleto
par corar incontro al sol.
Slusini de magia
se tamisa drio le persiane
dele nuvole,
se alsa el sipario del'aurora
su na stagion de miracolo.

Come n'amante l'ista
carga de passion
la sbotona basi de fogo,
e sul cunar dela spighe de oro
tra papaveri e fiordalisi
la impissa stele de argento
tra cantade de sigale.

Sorando l'autuno
el pocia el penèl
nela bala rossa del tramonto,
e sule pagine dei campi
imbiancadi dala neve
el scrive versi de poesia.


Giosse de vita

Dala pianura agra de la bassa
al color imbriago dela Valpolesèla
te sòri el broentàr de l'istà
spampanado dapartuto
na fresca bavesèla.
Con la gresta fata a gobe
e la barba tuta bianca
come un vecio profeta,
te sì un tòco de paradiso
piantado su la tera,
regalado a la natura
dal divin Creator.
El Garda col so lustro
el te fa da speio.
L'Adese in boresso
el te caressa i pié.
Sogni de butine a spasso col el vento.
Còre el torente nela pace
del so destin.
Còre el léoro...
sbocia la margarita...
lagrime de sol pianse el canalòn
bagnando la val
con giosse de vita!


Luni de Pasqueta

Vociar de fioi,
ronzio de motor,
un ciel seren
strià de qualche nuvoleta,
così la se ingrana
la giornada de Pasqueta.

Tuti i corea verso el lago
e la montagna,
però 'sta gente la gà desmentegà
el fascino dela campagna.

La campagna a 'sta staion
l'è come 'na pitura d'un van Ghog.
El rosa del persegar,
el bianco del siresar,
el verdesin de l'erbeta
con un girotondo de margherite
me parea d'essar 'na regineta.

La rondena la singuetava,
in meso ai filari de piopi,
te sentei el sigar de le sigale.

Quante corse i gà fato i me buteleti,
quanto sponsar che gò fato quel dì,
e no gavea nessun pensier par el mezodì.

S'a disnà con ovi e paneti tuto ala bona,
'na olta tanto anca mi che faga da parona.

No me sarea più mossa
da quel tapeto d'erba verda,
me parea d'essar colegà su 'na moquette.

Verso sera el ciel el gavea
dele striature come i quadri del Monet.

Finalmente me son decisa
a tornar a casa co la me fameieta,
che bela giornà che gò passà!
Voria che anca doman fose Pasqueta.


La casa vecia

Go un caro ricordo
nel fondo del còr,
l'el ricordo de na vecia casa
dove ghe nato speranse
e svanìo tante illusion.
Ilusiòn sfumade nel vento
come i me sogni
e el fumo che rampega
su par el buso de quela soca
trapiantadi tuti par n'altro destin.
Ricordo! Na caseta de campagna
col portego el fienìl,
na sesa de roaro tuta bianca
se sfantava nel'aria
el profumo dela pianta,
del vecio gelsomin.
D'istà desteso al sòl
slusava i grani de formento,
e con restèl i se rimissiava
par far sentir la so dolsa cansòn.
Rondene e useleti
ghe balava el valser
intorno a quela mota dorada
el paiasso de pessa ghe fasea da piantòn
finché el sòl nol smorsava
el so lustro lampiòn.
Ala sera sula tola!
Fumava na panara de polenta
un salado e du grassioi
disnàr pitoco sensa lagna
che sfamava tanti fioi.
Desso de quela casa vecia
ghe piloni gresi de celento,
ma drento a quei muri novi
sento l'eco de vossi care.
Vossi che serco!
E non trovo mai
'n un gran udo
che me circonda.


Le quatro stagiòn dela Bassa

La me tera! Pitocca de boressi
ma siora de qualità.
Tera chieta, da verde ombrie
longhe file de salgàri e piopi
ghe fa cornista a campi arà
pronti a diventàr
quadri da pituràr.
Albe e tramonti doradi,
fogo de colori s'impissa
con la calura d'istà;
papaveri e fiordalisi
destese de spighe e de gràn.
Sginse de sòl missia i colori
splendòr de 'na tera
piena de storia, e martoriada
da 'na crua guera.
Saor de mosto regala l'autunno
imbriago de colòr,
senza bordel la campagna se spoia
e sull'albaro no resta 'na foia.
Voia de caresse e basi,
malinconia de ricordi
sempre vivi nel tempo
che i brusa drento el còr.
Incadenada de merleti de calinverna
dorme la campagna
el sono straco dell'inverno,
par sveiarse sponsada
al primo ragio de sòl
e tornar al valòr de le so fadighe
incarnade ne la so gente.


Lago di Garda

O magico lago di Garda
accarezzato dai raggi del sole
racchiudi in anello di sponde dorate
la gemma preziosa dai mille colòr.

Bianchi paesi si specchiano ridenti
nell’onda cristallina che s’infrange ai tuoi piè
dolce cantilena mattutina
trasporta leggero il vento
sulla verde riva cosparsa di mille fior.

Le cime del Baldo; di bianco vestite
nuvole di bambagia ti metton il cappèl,
raggiera di luce ti fa da corona
nell’abbraccio affettuoso nell’azzurro del cièl.

E quando l’estate brucia roventa
s’oscura l’onda con fulmini e tempesta,
impetuoso ruggisci come un leòn
magra la rete del povero pescatòr.

Passato l’uragano; ritorna il sereno
echeggia festosa la sirena del vapòr.

Cala ridente; il sole a ponente,
s’affaccia la luna; grande lampiòn,
un bagno di stelle scendono giù,
magica visione d’un lago tutto blu.


Stela

Desso che in ciel gh'è nato
'na nova stela sluzarina
la bianca cometa dela Bra
i volea metarla in sordina
Manco mal che la protesta in coro
la gh'à smosso qualche cor
con 'na bruscada de milioni
l'è tornada in postassion.
"La colpa - i dize - i è i aciachi dela Rena
che la le porta sul gropòn.
Da secoli eterni la sta in piè da par ela
in barba ai palassoni de cemento
che i bisogna del pontèl".
A mi me bala 'n ocio,
soto banco se zuga le carte dei danari
a Porta Nuova i la volea
'sti grandi luminari coi amori buziari
che i sluza sui marciapiè.
Al caro Gesù Bambin
el cuerto l'è sta asicurado
le piere antiche no le trema più,
cante de gloria le se alsa verso el ciel.
La stela sensa presepio
l'è un fogolar fredo sensa fiama.
Grassie comunque Verona
par el lume de l'inteleto,
e speremo che sia par tuti un bòn Nadal.


Poesie sul Natale

Note de Nadàl

Supioti de vento
che incapona la pele
i sviolina na orchestra
a falive bianche de neve.
Na visiòn de angeli ralegra la tera muta,
con nuvole de incenso
e cante de gloria.
In cèl se strapega via
ombrie nere de fantasmi;
se stende un siàl de stele
vestendo tuto de gran slusòr.
Nenie de cornamusa
se spande nela note santa,
sgòmbia l'odio del mondo
sul sentièr ciaro dela cometa.
El mistero del gaudio
el sbrasa a vita nova,
el verbo divin l'è carne,
e nel còr, rebuta la pace.


Silensio de Nadal
(Natale 2005)

Ghe on silensio che nasse da na cuna,
n'do dorme un butin soto on velo,
l'è n'angelo vegnù zo dal celo
Redentor de tuta l'umanità.
Se desmissia la tera in ogni logo,
scrolandose da dosso tuto el so mal,
ogni cosa la mete a novo
l'è Nadal! L'è Nadal.
Poo ghe on silensio che cresse
in fondo al core,
se sfanta l'odio sul'onda del'amore.
Nel silensio adorante de Maria
mistica aurora, e da Giusepe,
custode amoroso del santo mistero,
davanti a quel umile grota,
un scossòn mete a nudo
la nostra misera umanità,
te te senti ciapàr par man
e l'arfio sula pele del bo e del musseto,
na pace serena te investe el còr.
Voria Butin, che la paia che ponse
el to santo corpesin,
la diventasse piumeta morbida,
e ne la note che se spana
con na matassa de nuvole
e na sbrancà de stele
ricamarte ne calda quertina de lana.
Col volto angelico la Madona
la strenze el cor el so tato,
sora la grota gli angeli i canta l'osana.
Silensio! Silensio! Gesù Bambin e fa la nana!


Natale, messaggio di pace

Risuonerà tra poco il messaggio di pace
per la venuta del divin Redentore.
Messaggio agli uomini di buona volontà!
Arma umile e potente che sconfigge
guerre sanguinose e brutale violenza.
Amore! forza armata che allontana
la natura misera dell'uomo
incline più che al male.
Se volontà è potenza!
Non ci sarà iniquità,
e il germoglio dell'amore farà ornamento
a quanti credono nella libertà e giustizia.
E noi! Privilegiati di questi doni,
non gioisca a se stesso,
vada un pensiero a chi è nella sofferenza.
Se quel giorno; la luce divina
illuminerà ogni cuore
si alzerà il vessillo di pace
e i popoli mano nella mano
cammineranno insieme.


Notte santa

Una stella lucente
si staccò dal cielo;
illuminando dolcemente
la terra buia
avvolta nella notte profonda.

Un canto divino!
Un suono di cornamusa
trasportava leggero il vento
la lieta novella
a tutte le genti.

È nato! È nato!
Chi sarà mai quel bimbo meraviglioso
che giace nella greppia
piena di paglia!
Guardate che raggiera di luce
intorno a quella bionda testolina!

È così potente che tutti gli astri
del firmamento si accesero per lui.

E la Mamma!
Che volto dolcissimo
in quell'atto di umile preghiera!
E quanta dignità;
in sì grande povertà.

Colui che è nato!
È il figlio di Dio! Il Salvatore
venuto tra noi
per condurci sulla via
che ci porta all'amore.


Poesie sul Carnevale

Voia de Carnevàl

Go voia de carnevàl,
par vestirme da paiasso,
scurlarme tuto dala gropa
e butarme in meso al ciasso.
Magoni e dispiaseri
par un giorno desmentegàr
lassàr el fagoto dei pensieri
par na nova diressiòn.
Go voia!
De pastrociarme el muso
par scondar el me pianto,
e sora un cavàl de nuvole
ciapàr el volo
sempre piassè in alto.
Ai veceti; ai maladi;
regalàr vorea! Serenità!
e con le me man,
scavàr, nel azuro del cèl
bruscà de stele de argento
par farghe ciaro ala speransa.
Lo so, che l'è fadiga!
Semoi tuti Pieròt!
L'è na farsa mascararse!
Solo, ci sa farlo con arte,
vinse el premio,
e riceve el batimàn.


Fritole e carneval

Con na riceta pitocca
consada de tanto amòr
e spizigo de fantasia,
Giulieta tra i fornei
el Romeo la conquista
con dolcessa e poesia.
Un profumo genoin
se spampana par la cusina,
ie le fritole nela padella
con l’oio, che le bala,
la manfrina.
Ghe ne de tonde!
Bele sgionfe!
De tute le misure!
Ghe ne de piatte, schissade
parché le porta la bustina,
soto i denti ie morbide crocanti,
le ga la ua passarina.
Nell’aria se sente el boresso del carneval!
La gente mascarada,
la ride la sganassa,
rugola par tera i coriandoli
urtadi dal vento,
missiando dentro l’anima
tuto quanto el so colòr.
La fritola i la tira in balo
solo de carneval!
In vetrina ghe ne sempre…
La se vende, la se compra
tuto l’ano,
purché la sia fresca e tenerina.
Infine sta magnada
se voria, che non la fusse
mai finia!
La, se marida col fiasco
de grinto casalin,
e Giulieta a Romeo,
la ghe sbottona un si.


Poesie sugli Alpini

L'ultimo buto

Come passa el tempo
solo lu l'è galantomo
me par che sia stado ieri
che te zugavi co n' legneto
a far el soldatin:
ancò fedele ala bandiera
te rispondi al comando;
Presente! Signor Si.
Col zaino sule spale,
el bareto sule ventitre
ciao burba! Cossì i amici
i ta salutado ala stasion
en novo orizonte se verzea
davanti ai to verdi disdotani.
Dal finestrin del treno
con na smorfia tirada
te volei scondar l'emosion,
slongando i brassi
la to sagoma se sfantava,
tra le note rauche
el va l'alpin.
El sgùisso del treno
el taiava l'aria umida
nela note fonda e piovosa,
i me oci i se lustrava,
l'ultimo buto se destacava
dal me cor.
Ciao Alpin! Soldà dei monti!
Stela alpina del cèl
eterna sentinela!
Porta sempre con onor
sto grando bel nome
par el valor glorioso
de la to pena nera.


L'adunada alpina a Verona

Tricolòr al vento,
l'asta infogada
dai ragi del sòl,
la slusava come na barcheta
magica de na fata
vestia d'argento.
Sventola el tricolòr,
par farghe onòr ai alpini
unidi par l'adunada;
che Verona! Cuna del grande amòr
la ga vossù onoràr.
Con l'ocio fiero, pena nera
drita sul capèl,
i marciava, i cantava
par le vie dela cità.
L'Arena! Bisnona dei monumenti
la slargava i so brassi de piera
par tegnerli tuti in de un strucòn;
parchè ghe nera tanti de batagliòni.
Non se ga fato bataglia,
ma solo un altar,
par pregar e onoràr
quei che la vita
sui monti par la libertà
ga imolà.
El corpo solo l'è resta de la montagna
el so spirito l'era nei nostri cori,
drento le girlande dei alori.
Desso! El fiscio del vento
l'è diventà la so cansòn,
la vale fioria el so giardin:
e sora ogni gossa de sangue versado
d'istà sbocia sempre un ciclamin.


Rimpianto de l'Alpin

Quando el sconforto el te tanaia
el cor, e na voia de ti me preme drento,
non vegnerme a cercar in camposanto,
ma cercheme in montagna,
nel candor dela neve e del vento.
Quando la solitudine el rimpianto
el te lima da scavarte de dolor,
non pensarme a dormir soto la tera,
scolta la voce mia nel chieto canto
de la fontana,
cercheme tra i fiori de l'arcobaleno
dopo la bufera.
E quando la tristessa la sente oprimere
de n'amora, drento sconto,
non pensarme col cor fassado a luto,
ma pensame in montagna
con le cime impissade de rosso tramonto.
Fa' che l'ocio de lagrime el sia sempre suto.


Poesie varie in dialetto

Late de vigna
(Un goto de vin)

Nuda la vigna
dal so cargo de oro,
vedova dai arzimi
dai bei ocioni mori.
Svergola, rassegnada con la scaveiara
in pingolon
la speta n'oseleto
chel vegna a becolar
l'ultimo gran.
E intanto nela caneva
se compie el miracolo!
Boie e riboie
quel mostro schissado
da gambe de butele
piene de morbin,
drento al vezoto
el vien travasado
el ciapa el color
rosso rubin.
Che sia bianco o rosso
el te tira su de susta
el te fa girar la testa.
Zugando la mora
la briscola el tre sete,
sull'altar nela messa
el lo bee anca el prete.
Sula tola imbandia
l'el sior de le feste
cin, cin, in alegria
a chi se giura, eterno amor.
E intanto de fora
piove a diroto,
nego i me pensieri
con l'ultimo sgorlòn
a cana,
un miracolo vorria!
Che dal celo, invesse de acqua
piovesse recioto.


Vorìa do ale

Ale! na parola picinina!
Come ale de un picolo oseleto
ch'el vola in tondo tondo
drio a la me casa.
Par quasi ch'el me diga:
"Vien vien con mi
sora le nuvole del cél,
scapa via da sto bruto mondo
te vedarè che chiete e che bel".
Dio se podesse vegnar con ti,
sponsar sora na stela,
discorar con la luna
quando l'è sola.
Vorìa scaldarme vissin al sòl.
Vorìa, vorìa!
Ecco son sa volada via!...
Useleto fortunà, che la fregola de vita
te trovi par tera o nel bancàl
vien qua a torme, che voi andar
più vissin al Padreterno,
par vedar come l'è tocar el cel,
e torme un pochetìn de colòr:
par colorarme el còr.
Ale, ale! par tuti ghe vorìa!
Guai cì non pol volàar
sarìa la fine e la disperassiòn.
Ale! balsamo de speranza
par cori desperà
anca se par poco:
ma par l'umano l'è un gran poco
l'è el bisogno de tirarte su
da un fondo scuro,
con gnente drento
fora ch'el peso
de la nostra umanità.


San Valentin

Al primo rebuto de primavera
na spera de sòl
sà verto nel grisòr del cél.
Un sguisso de brasa
sbregà da un bòto de sita
go sentio drénto de mi.
Non sò cosa el fusse!
El me còr l'era de piera
muto come un sasso;
ghe bastà un slùsòr de luce
par sgèlar quel lastròn de giasso.
Dò ale me parea d'averghe;
e nà voia mata de volàr,
e de far girotondi
come nà ròndena nel cèl.
El cèl l'era neto
come i oci d'un butin
che i slusa come stele
quando el sòl el va dormir.
Reve d'argento ricamava la note,
sogni innamoradi
a spasso con la luna;
se sfanta do nuvole
in un pianto de piova
l'è San Valentin n'de nà nova aurora.


La Squadra del Ceo

Sbirciando l'ocio su la su la sponda drita
del'Adese
che sormion, ronchesando
el strussia on promontorio de periferia,
ghe un canton de Verona,
ciamado Ceo!
chel sta vivendo momenti de gloria
e tanta magia.
Magia par na squadra de balòn
arlevada, tra el verde e l'aria Montebaldina
tuto vanto en toco de cor.
Timidi sogni se cunava
in quel fondàl de campeto,
speranze nove diventava realtà
el cor batea forte in peto.
A passi lesti l'avanzava de categoria,
de fresca matricola,
l'onor dela A!
Primo in classifica.
Ale squadre blasonata
el ga fato sbassar la gresta
restando in posizion
alta la veta.
Par essar famosi
non serve i milioni,
lori i ga na dote
che pochi ghe l'ha,
l'umiltà, la bravura de essar
veri campioni
sula gresta del'onda
del'Adese imboressà.
Un senso de grandessa
su quela picola altana,
la diga la ruza,
la va su de pressiòn
la se in gloria de tifo
e de colori robadi al cel.


Venessia

Vestia de magia come na fata
cunda dal'onda turchina del mar,
rubini de fogo s'impissa tra cale e campiei
e sora la scorsa rossa dei matoni,
che da secoli i porta el peso sula gropa.
In fondo Piazza San Marco
la cesa someia a un masso de fiori
postà su la tola,
un sciapo de colombi iè
alegri commensali che i bala el valser
intorno al campanil.
Romantiche isolete ghe fa da contorno,
le rancura tesori de grande valòr,
San Giorgio derimpeto non l'è de manco
non ghe poesia par farghe paragòn.
Ga lassà l'impronta: artisti del setezento
gran capolavori, orgoglio del cità
fondasìon de prestigio par ci ga talento,
ghe ga fato grande la nostra civiltà.
Camino a passi lesti sul Ponte dei Sospiri
sguisso fora dal vicoleto streto fato a lasagna,
me trovo davanti na visìon da sogno,
sensa parole resto incantà.
La storia la conta! La Fenice non morirà!
Teatro prestigioso del'opera, resusciterà par la terza
olta dala cenare, tuto de oro zechin,
ritrovo famoso par Dogi, Regine, Imperatori,
amanti dell'arte, e dela musica gran cultori.
Non ghe oro presioso, che possa pagàr
la mano sapiente par l'opera compia!
Ogni intarsio, ogni decorassìon,
fata da genio nostrano con gran maestria,
valòr grande da tegnar in considerassìon.
Anca mi me son sentada su quel trono dorado
me son sentia regina par un di!
Col me cavalier sensa corona
siben portavo le braghe de jeans.
Tornado coi piè par tera
son sta contenta de essar sta
turista par poco!
Parché Venessia, Regina del mar!
L'è sempre na' gran signora.
Me rompe i timpani le sirene dele navi
in partensa par lidi lontani.
Ghe do n'ultima ociada ai palassi
merletadi tuto intorno,
porto a casa un ricordo nel còr
e sul naso me ciapo un bel schito
de colombo


Primavera birichina

La se desmissia sbaciando
drio on spiansiso de ciaro,
la se destira sbrassolando
le rame nude apena rebutà.
La spalanca le finestre,
la bruschina el davanzal
la ghe dà na sbrofadina
la ga l'ocio stralunà.
Ala prima virgola de luna
la taca briga col el vento,
on pandemonio ruza in cima,
sguissi de fogo sbrega el cèl.
Galopando via i nuvoloni
l'ultima penelada de violeto
vol darghe al sol un color discreto,
la prima stela in cel la fa bau-sete
nel bosco e nel prà torna la chiete.
E nel'azuro in alto
vola grandi aquiloni,
la rondena festosa
la se insercola de blù
abearandose festosa
verso el novo sòl.


L'anniversario

L'anniversario cos'elo
l'è 'na cadena de anei
fata de giorni bruti e bei.
Vintani fa in un paese
le campane le sonava
festose e destese;
se maridava 'na putela,
che i la ciamava l'orfanela,
come ela altri buteleti
par colpa de un cruo destin
ie restè senza afeti.
Quel giorno ghera un sol
limpido e ciaro
con un picolo ventesel
che ala sposeta el continuava
a alsarghe el vel.
Che bela copieta!
La disea la gente curiosa davanti ala ceseta!

Che bei fioleti
i fasea quarant'ani in dù.
Cissà, pora butela!
la se sentea dir drio ale rece
che la vita non la cambia
e la sia più bela.
I sa maridà e i se gà festesà
e dopo un ano è nato un butin,
che adesso l'è quasi un alpin,
ghe vegnuda al mondo anca 'na buteleta
che ormai l'è 'na giovaneta.
Quante storie, gioie e dolori
e i ani i passa
impressia come i coridori,
no ghe scapussa
el terso e l' quarto buteleto,
basta! La ghe sigava la gente, fermeve!
Si veceti e non l'è più ora de far fioleti.
Adesso sta sposeta
l'è lì che la crese el so quarteto,
ma che voia che la gà
de ciapar in mano el stegagno
e de taiar in do el leto.


Quasi na rosaria
(Lavori scomparsi che tornano di moda)

La par quasi na rosaria
ricamà de fantasia!
Na canta antica, su n'organìn che sona!
Lòghi desmentegà, veci mestieri
che un tempo se usava a Verona.
Ne l'ombria chieta de strade sconte
realtà de valori fioriva
creadi col gusto de far
co le proprie mane.
Ricordi... i è solo ricordi!
inventar robe semplici,
regalar qualche fregola de feliçità;
feliçità de far scapar in cel
un balonçin colorà
con drénto un sogno segreto.
No te sveia più al spuntar del sol
le rue del careto...
le ciacole de le lavandare
carghe de strussie e strussiè da la fadiga.
La pésta dei strassaroi
col so bordèl de ratare
più no gira par la çità.
S'à smorsà la voçe del parolòto
e la voçe foresta de l'ombrelàr
che 'l sperava ne la piova
anca lu par podér campar.
Zughi pitochi... buratini
che 'l grande Nino savéa far parlar
tirando ne l'incantesimo tanti butini!
...........................................
Nel brontolar de le machine,
nel fumegàr dei motori,
ancò more sta storia bela!
Resta solo l'eco dei piati
dei puoti de pessa
del Torototèla.


Carnevalada in consiglio

Ma che gran carnevalada
al consiglio comunale,
con na mossa de lambada
i ghe fa festa al parlamentare.
Sempre al'erta in campana
el paròn del gran palasso,
la colona de fontana
tien a bada
la volpe el gato.
Ghe mancava i coriandoli
par confonder la situassion
manovrando dele scuse
ne i ghe rangia el caregon!
In meso a stò casoto
qualcosa go capio,
ghe poca cicia
arente a l'osso
el minestròn l'è mal condio.
Par fortuna ghel mondiàl
chel ghe tira sù na cesta.
I busi verti, un zugo in posta,
dala Zai a la Spianà.
Qua me fermo, cara gente
se no faso na pastisada,
tra en minestròn e na gnocolada
tra i pastroci del carnevàl.


San Donato in Poggio (Firenze)

In un tondo circondario
d'en vecio muraiòn
sora un trono d'en monte
San Donato el fa da paròn.
Longhe file de scalini
le te porta su par na pontara
case rosse de quarei
invetrinà da tanti fiòr.
Impatinade ben le rughe fonde,
le rancura tesori sensa età,
rinverdide de arte sapiente,
intasselade da granda civiltà.
Drento l'antica Pieve
i muri i se incolora de polvare oro,
penelade de magia gaudiosa
le manda Cristo e Santi in gloria.
Un sbiavo de luna piena
la sbusa na vetrata gresa,
nel silenzio religioso
che te rebalta forte el còr.
Voria tornàr ancora su sti loghi!
Par conossàr ben i so cantoni
contarghe a tuti,
la so storia,
stampada drento i portoni.


El me Credo

Te ciamo Signor
ciamarte Dio me fa sugessìon,
l'è grande el to nome
su tuta la tera.
Nel ciel te ghe spampanado
mondi de mistero.
Do fari che slusa
te ghe tacado al firmamento:
la luna e el sol.
La note te l'è ricamada
de reve d'argento,
le tera profuma di fiori,
la rondena el rossignolo
nel ciel la musica dei cori:
dala grandessa del mar
do oicole ale bianche del cocàl,
tuta opera de le to man,
parché te si creatòr.
A l'umano tuto te ghe messo
ai so piè
te ghe dà la libertà
del ben e del mal,
con la balanza della giustizia
te pesi el so operar;
te sì giudice misericordioso,
parché grande l'è el to amòr.


Vento de primavera

Vento novo de primavera
che te fisci imboressado,
vento fredo birichin
anca ti te busarado.
Vento forte maturlàn,
che te ruzi come on leòn,
smiagolando el to lamento
al polo sud, al polo nord.
El carnevale senza toga,
dal lunario le fora da on pesso,
in fila indiana con la quaresima;
se sgola la rondena
a San Benedeto.
Del mite agnel Pasquale,
drento el piato;
ghe restado solo i ossi,
el minestròn l'è malconsado
l'ha messo in crisi la digestiòn.
La smania del grata grata,
la ga udà tutte le stale,
le scanie iè n'afare
par campi verdi rebutà.
La rosaria dele vache magre
l'è na piaga sempre in voga,
dela Rena casca i muri
più non i sona el Roken Ròol.
Vento! Vento! Chel sòl de primavera
el te meta un poco chieto,
de bona sorta sia el verdeto
con la pena del 27 Aprile.


El sindaco novo

Con i oci azuri
al de sopra dela quarantina,
Avemus Sindaco Verona!
Detronizado l'Onorevole Sboarina.

Na parlada un poco strana
e par gnente conossu,
tuti quanti i se domanda
"Da che mondo l'è vegnù?".

Certo che la mossa sanca
l'è stà da scaco mato,
tuti franchi i tiradori
con el poro deputato.

Gnente se pol dir
del novo capolista,
de sicuro drio el sipario
deve starghe en bon regista.

E i voti del'eletorato
dov'ei andà a finir?
Spartidi in du e du quatro
tra l'armistissio del bianco fior.

Far el profeta de sventura
non l'è la me intenssiòn
imboscarse con vece volpi
l'è da tor dele precaussion.

Torse stà grossa grana
ghe vol un coraio da leòn,
qua se vede l'omo forte
de rassa bona e ben spalà.

Tra sospiri e rosari
sgranadi con tanta devossiòn
osanava el consiglio del pretorio
el novo sire vincitor.

Re Sala montà sul trono
Re Lele butà in sordina
che la vaga meio adesso
o che la sia peso de prima?


8 marzo "festa della donna"

Santi antichi,
e San Giuseppe,
el lunario el gà detronizà,
per farghe posto a 'na Santa,
che come la gà vù l'incarnassion
dal Diaolo la sà fato imbroiar.
El gà dà da bear tante de quele busie
che un doman la podea diventar Regina.
Invesse el so destin: l'è quel
d'essar schiava, e 'na pora eroina.
L'omo el la voi: sposa, amante, serva, mama
e che la staga sita!
Guai se la se lagna.
Desso, no la tase più; parché i diritti
la iè vol anca ela,
e che i sia pari de tuti dù.
Dopo averla marcantisà,
messo a nudi ai 4 venti
le so intimità, la gà vù 'na ribelion:
par consolar l'8 marso con na bruscà
de mimosa. Ighe fà 'na giornada de adulassion.
L'Italia, se no ghè un scurlon
no la trema più con 'sta Santa divina
ghemo do costitussion, ghemo la Republica,
viva la monarchia...! Par un giorno
la dona le diventà Regina.


Strussie de còr
(Il dramma della droga nella famiglia)

Non l'e feara
quel calòr che sento
sula pele.
L'èl fogo chel brusa
insieme al me còr;
ricordi e malinconie
de speranse e ilusiòn.
Inlusion; che la me anima slisa
da un pesso la speta
la giusta risposta.
Quel fogo che slusa
drento i me oci strachi,
sciopetando alegro,
speciandose sul muro;
el te impissa ancora
drento de ti;
la voia de speràr.
Fogo che amo!
Ma che more
piàn pianìn tra le brase;
coma na vita insulsa
strussiada par gnente.


La casalinga

Al primo arfiar del vento
de un dì de primavera,
spaniva tanti fiori drento un pra
lavadi da la sguassa de matina.
Le nuvole d'argento
balava su nel cel
caressando le stele picenine
sconte la su in-t-un mar de umiltà.
'Na verde destesa rebutava
arente al fior del pissacan,
spighe d'oro se maurava
segnando celesti orizonti
par tramonti ancora piassè ciari.
Coi slusini de l'aurora
e negà ne la speransa,
eco... è nata...
una granda Associassion.
Cori grandi e ne l'anima uguagliansa
pieni sgonfi di speransa
drento a tanta dignità...
OIKIA
che, così l'è sta ciamà.
Gran Signora e l'è regina
sensa ori e nissuna vanità.
Nel silensio l'è pressiosa,
sempre pronta a tuti quanti,
la regala a piene man
quel'amor che la g'à in cor.
E l'è mama e l'è na sposa
come un'ava laboriosa,
sempre linda questa dona
'sta signora casalinga.
L'è 'l riflesso de la vita,
canto dolce la so assion,
umiltà de margherita...
ma vestida de un gran sol.


Poesie varie in italiano

Immagine

Mai si è vista tanta grazia
e dolcezza in un'immagine
materna,
quando piccolo battito
palpita dolcemente
come farfalla
che si posa su un fiore.
Innocenza d'un bimbo
non conosce viltà
ma solo tenerezza di mamma
gioia o pianto
melodia di sempre
con orgoglio di essere
senza perché?


Fiore appassito

Colsi a tarda primavera
un piccolo germoglio in grembo.
Al primo bagliore dell'aurora,
al primo alito del vento,
paura, angoscia!
Tutto mi avvolse,
ma il coraggio ha avuto il sopravvento.
Improvvisamente una nuvola nera,
un tuono,
un fulmine,
sferzò la prima corolla.
Con sgomento m'accorgo
che il piccolo stelo non s'aprirà.
Un torrido sole d'agosto fa appassire il piccolo stelo,
rimanendo un nullo.


Il potere dell'amore

Sarà un'alba radiosa
quando si alzerà solenne
il vessillo di Pace
nell'azzurro immenso
imperlato di stelle.
Sarà il vento leggero dell'aurora
a dissolvere la nebbia grigia
in nuvole d'oro,
e in cielo risplenderà
la chiara luce della speranza.
S'infrangerà la catena
dell'odio che attanaglia
la terra dell'umana follia,
e avvolti nei petali inebrianti
della stagione più bella,
con il potere dell'amore
costruiremo la Pace.


Gabbiani

Anime vaganti
vestite di nebbia sottile
si sciolgono in voli festosi.
Un fremito d'ali irrequieto
seguono l'ondeggiare del fiume.
Un canto strano, irreale;
suona alla luce del primo
bagliore mattutino.
Sembrano Angeli;
con ali di neve
avvolti in nuvole d'incenso.
Danzano come nomadi
senza posa sul filo lucente
sulla cresta dell'onda,
tra desiderio di pace.
È bello vederli lassù,
a contatto con il cielo!
Lontani dalle tristezze umane,
per vivere gioiosi
nel riflesso del sole.


Ogni giorno

Ogni giorno cruda violenza
subisce terribile sorte,
animi ansiosi vivono
per qualche sprazzo di luce.
Tutto ciò che l'uomo costruisce
per anni con amore e fatica,
come fulmine che squarcia il cielo
in un attimo viene distrutto,
portando con sé:
corone di petali amari senza anelito,
e sogni svaniti nell'orizzonte grigio
di questa tormentata esistenza.


Voce del mare

Seduta sulla spiaggia
gioia nuova m'invade,
sento il mare che sussurra
un canto, un canto imperioso
come un cuore immenso
palpitante.
Lo sento buono oggi!
Come un amico.
L'onda bluastra si frange
dolcemente tra gli scogli
della gettata.
Voce del mare!
Sussurro, canto,
lento e uguale.
Invito a tuffarsi nell'immensità
per raggiungere lidi lontani.


Concerto per l'Africa

Com'è ingiusto il mondo
per quelli che sprecano
lussi esagerati.
Ci vien da rabbrividire
quando popoli inermi
son costretti a morire.
Figli perseguitati
di terra nemica,
tendono la mano
in cerca d'aiuto.
Ma ecco un messaggio!
Scintilla di fuoco
come un incanto
illumina le genti,
come schiaffo morale
al ricco, al potente
risuona possente
concerto d'aiuto.
è concerto d'amore
nel mondo di pace,
nel mondo dell'amore,
quell'amore che è gioia
per gioia dei fratelli.


L'anziano

Corrono frasi
di un mondo cambiato,
si rammenta il passato
di vita migliore.
Non so! Certo la famiglia lo era.
Il caro buon nonno o anziano che fosse
da grande profeta dava consigli
e tanta saggezza.
Con serenità e amore era appagato
dando un senso alla vita
logica indispensabile.
Oggi lo sguardo spento
in attesa di niente,
muore dentro a poco a poco
l'unico conforto.
Comunità di anime generose
che tanto calore ancora sanno dare.
L'interesse l'egoismo; solo allora può contare!
Marchio d'infamia di questi tempi per tutti noi.
A noi dovrebbe toccare lo stesso destino?
L'anzianità!
Corona della tappa dell'esistenza
vissuta sofferta
finale di una dolce sinfonia
che si espande nell'aria
con possenti tuoni d'esempio.


Sorgente d'amore

Vita!
Fiume che nasci
da sorgente dell'amore
tra candide trine della culla,
vegliata dall'immagine materna,
dalla dolcezza di chi ti circonda
e prosegui il tuo cammino
in diverse direzioni.
Nella fitta nebbia che allontana
le distanze e scolorisce ogni cosa,
nella pioggia benefica del pianto
e le gocce che ti bagnano il viso
ti fanno sentire pulito,
liberato da mille pensieri,
non fermi il buio della notte
la luce radiosa del sole
in procinto di fondersi,
brutale e chi ti violenta
deviandone il percorso,
segui la tua via
costellata da fiori e spine,
guardandoti in viso senza timore
d'esser stata incompleta,
e ti sciogli nell'abbraccio di pace
nell'immenso tuo mare.


A Valeria
vittima treno 904

Rigoglioso antico seme
della nostra amata terra
il tuo breve viaggio
fu sorriso e gioia.
L'ombra del male
mai sfiorò il tuo pensiero.
Fiore profumato di primavera
spezzato da vile infamia.
Anche il cielo si è commosso
appannandosi come un vetro
lasciando cadere sulle tue membra
martoriate
lacrime di cristalli bianchi
per coprire la vergogna nera
dell'umanità.


Volo

Volare!
Gioia che non ha l'uguale
quale fanciullo
non senta germogliare
questa passione?
Volare sopra i monti,
sopra il mare,
veder la terra
fuggire dall'ombra,
sentirsi più vicini al sole
come aquile
che non conoscono i misteri
delle grandi altitudini.
Prende quota il pensiero!
Si allontana;
e si perde nell'azzurro.


Figlio sieropositivo

Quante volte camminando
per qualche irto sentiero
ci troviamo a tu per tu
con piccoli fiori,
cresciuti tra le fessure di una roccia
e guardandoli ci chiediamo
quale sia il loro nome?
Quante volte salendo una morena
lo sguardo ci cade sopra
a minuscole creature
sbocciate a rigidi freddi,
e ci chiediamo
come sia possibile la vita
in ambienti tanto ostili?
Eppure esse vivono.
Il cielo sa!
Il cielo meraviglioso
che da secoli tiene nel suo
materno abbraccio
il grande disegno divino!
Conosce un cuore che trepida,
per una vita che si apre
al primo alito di un sole tiepido d'aprile.
Anche se pallido il suo colore
e tenue il suo profumo,
egli lo protegge,
dal vortice del vento,
dalla tempesta di sabbia,
e con i colori della speranza
lo fa risplendere
nella luce del suo creato
con l'innocenza del suo sorriso
in un mare azzurro di solidarietà.


Speranza di pace

Come si può costruire la pace;
quando ad un passo da noi
il cannone non tace.
Come si può chiamare d'amore;
quando nel cuore umano
esiste l'odio e il rancore.
La guerra infuria
tra regioni vicine
dove, miseria e fame
non trovano confine.
Bimbi e mamme
muoiono di fame,
si mercantizzano armi,
ma non il pane.
Anche Caino uccise il fratello;
ma dura fu la pena del suo triste Fardello.
Non credo nell'odio!
è sentimento da annientare;
ma nel soffio dell'amore
che l'affanno può placare.